Cari fratelli e sorelle,
Il Vangelo letto durante la liturgia della quinta domenica di Quaresima ci porta a Betania. È lì che, a meno di due settimane dalla sua morte nel Venerdì Santo, Gesù con grande forza e trasparenza ci rivela oggi il suo significato. Gesù morirà affinché Lazzaro possa ricevere la vita. Lazzaro esce dalla tomba e Gesù prende il suo posto. Il Vangelo descrive la tomba di Lazzaro in modo analogo alla tomba di Gesù: “era una grotta e contro vi era posta una pietra”.
La morte di Gesù è il prezzo della vita restituita a Lazzaro. Di più: la morte di Gesù è il prezzo della vita che viene restituita a ciascuno di noi. Questo prezzo ci parla dell’amore più grande: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Ecco perché questo prezzo racchiude in sé una responsabilità straordinaria: quella di rispettarlo, di non calpestarlo, di non sottovalutarlo! Cristo non vuole la nostra morte, e anche se la permette (come ha permesso la morte del suo amico), non vuole che vi rimaniamo! Questa è la logica dell'azione divina e della redenzione: il Signore non ci protegge magicamente dalla morte spirituale (che è il peccato); tuttavia, ogni volta che la scegliamo, Egli è pronto a salvarci da essa. Non vuole che rimaniamo nella morte! Ma chi rimane nella morte? Una chiara risposta ci è offerta da S. Giovanni nella sua Prima Lettera “CHI NON AMA RIMANE NELLA MORTE” (1 Gv 3, 14). Da notare: il testo non parla qui solo di odio. Parla di “mancanza d’amore”, e quindi anche di indifferenza, passività, disinteresse, insensibilità.
Uno di questi deficit mortali di amore è stato (e purtroppo continua ad essere) l’ANTISEMITISMO. Ma anche da questa “morte” il Signore ci ha liberati (e continua a liberarci), soprattutto negli ultimi 60 anni, grazie a eventi che sentiamo il dovere di ricordare a tutti noi.
Il 13 aprile p.v. si celebreranno i 40 anni dal giorno in cui il Vescovo di Roma, il Successore di San Pietro, per la prima volta dai tempi apostolici ha oltrepassato la soglia di una casa di preghiera ebraica. Quella sera di primavera, dopo un caloroso abbraccio reciproco con il rabbino di Roma Elio Toaff, San Giovanni Paolo II è entrato nella sinagoga di Roma in solenne processione, cantando il salmo 150 “Alleluia. Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel firmamento della sua potenza!”. “Da molto tempo pensavo a questa visita...” aveva affermato il papa salutando la comunità ebraica.
Quell'incontro di quarant'anni fa non sarebbe stato possibile se non fosse stato per un altro evento, la cui importanza è difficile da sopravvalutare oggi. Esso ebbe luogo vent’anni prima.
Il 28 ottobre 1965 il Concilio Vaticano II accolse la dichiarazione “Nostra aetate” (“Ai nostri giorni”) che parlava del rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane. In essa si trovano parole che sono state un punto di svolta nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e gli Ebrei, e il giudaismo. Proprio ad esse San Giovanni Paolo II fece riferimento nel suo discorso nella sinagoga romana. Ricordiamo oggi le sue parole.
“Il primo è che la Chiesa di Cristo scopre il suo ‘legame’ con l’Ebraismo ‘scrutando il suo proprio mistero’. La religione ebraica non ci è ‘estrinseca’, ma in un certo qual modo, è ‘intrinseca’ alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”.
Si sente qui l’eco dell’Apostolo Paolo della Lettera ai Romani dove si parla di “oleastro”, cioè i pagani, “innestato su un olivo buono” che sono gli ebrei che vivono nell’alleanza con Dio. La Chiesa “prende il suo nutrimento dall’olivo buono”. Alla metafora di San Paolo dell’olivo si sono riferiti molti papi più volte, sottolineando la sua attualità. “Abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù”, ha ricordato Papa Francesco[1]. Così come alla necessità di interpretare gli insegnamenti di Gesù e dei suoi discepoli “all’interno dell’orizzonte ebraico e nel contesto della tradizione vivente di Israele”, ha affermato la Santa Sede”[2].
Un secondo problema a cui ha posto l’attenzione S. Giovanni Paolo II nel corso del suo discorso alla sinagoga di Roma è quello di imputare agli ebrei la responsabilità collettiva per la morte di Cristo: “agli ebrei, come popolo, non può essere imputata alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò ‘che è stato fatto nella passione di Gesù’”, ha affermato il papa citando la Dichiarazione Conciliare. Occorre condannare ogni atto di discriminazione e persecuzione nei confronti degli ebrei che nel corso dei secoli si è verificato in relazione a tale accusa.
Vale la pena ricordare che il Catechismo della Chiesa Cattolica, ripetendo il Concilio di Trento, insegna inequivocabilmente: “la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei”. (…) Bisogna riconoscere che la nostra colpa è “ben più grave che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo – se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici” (CCC 598).
Nel suo discorso il Papa si è opposto con forza alla presentazione degli ebrei come “reprobi o maledetti”. Per più di millecinquecento anni, questo contenuto, presente nell'insegnamento cattolico e nella erronea interpretazione della Sacra Scrittura, ha plasmato gli atteggiamenti dei cristiani, contribuendo all'odio, alla persecuzione e alle manifestazioni dell'antisemitismo. Dovremmo ricordare che la Chiesa cattolica afferma oggi in modo inequivocabile: gli ebrei continuano ad essere amati da Dio, che li ha chiamati con una vocazione irrevocabile. Dio, infatti, fedele alle sue promesse, non ha revocato la Prima Alleanza. Israele rimane ancora il popolo eletto[3].
Nel 1997, parlando delle radici antigiudaiche nell’ambiente cristiano, San Giovanni Paolo II ha definito la sopravvivenza di Israele “un fatto soprannaturale”. “Questo popolo persevera a dispetto di tutti perché è il popolo dell'Alleanza”, ha affermato il Papa[4]. Il ritorno alle origini e la riflessione teologica sul mistero della permanenza di Israele, intrapresa nel XX secolo, in particolare alla luce della terribile tragedia della Shoah (Olocausto) che ha avuto luogo in Europa, hanno dato origine a un nuovo insegnamento della Chiesa sugli ebrei e sull’ebraismo, radicato nella tradizione apostolica.
Ispirata dalla dichiarazione conciliare, la riflessione della Chiesa mette in luce sempre più chiaramente i legami che uniscono ebrei e cristiani. Si tratta in particolare: del rispetto per la Parola di Dio, della preghiera e della liturgia, nonché della speranza messianica nel futuro. Infatti, “quando il popolo di Dio dell'antica e della nuova alleanza considera l'avvenire, esso tende - anche se partendo da due punti di vista diversi - verso fini analoghi: la venuta o il ritorno del Messia”[5]. Riferendosi alla comune speranza escatologica, san Giovanni Paolo II aveva affermato: “La Nuova Alleanza trova le sue radici in quella Antica. Quando il popolo dell’Antica Alleanza potrà riconoscersi in quella Nuova è, naturalmente, questione da lasciare allo Spirito Santo. Noi, uomini, cerchiamo solo di non ostacolarne il cammino”.[6]
L'anniversario della visita del Papa alla sinagoga di Roma cadrà il giorno dopo la conclusione dell'Ottava di Pasqua. Quest'anno sia i fedeli ebrei che i cristiani celebrano la Pasqua nello stesso periodo. È un'occasione per ricordare le radici ebraiche della liturgia cristiana.
San Giovanni Paolo II aveva sottolineato che queste “radici ebraiche sono ancora da approfondire, e soprattutto devono ancora essere meglio conosciute e apprezzate da parte dei fedeli” perché “tenere conto della fede e della vita religiosa del popolo ebraico tale e quale sono professate e vissute anche ora”, può essere un aiuto a una migliore comprensione della vita della Chiesa.[7]
In molte località, a volte proprio vicino a noi, altre volte un po’ più lontano, si trovano sinagoghe sopravvissute alle turbolenze della guerra. Nella maggior parte di esse oggi non risuona più il canto gioioso della preghiera dello Shabbat. Ce ne sono però alcune che pullulano di vita religiosa.
Seguendo le orme di San Giovanni Paolo II, il 13 aprile visitiamo una sinagoga. Ricordiamo gli uomini e le donne le cui preghiere hanno impregnato le pareti delle sinagoghe nel corso dei secoli. E, dove possibile, incontriamo le nostre sorelle e i nostri fratelli ebrei ricordando che preghiamo sempre per loro nella liturgia del Venerdì Santo, chiedendo a Dio che aiuti il popolo che Egli per primo ha voluto come suo “a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza” perché “possa giungere alla pienezza della redenzione”. Poiché “il fatto che gli ebrei abbiano parte alla salvezza di Dio è teologicamente fuori discussione, ma come questo sia possibile senza una confessione esplicita di Cristo è e rimane un mistero divino insondabile”.[8]
Maria, Madre di Nostro Signore, “Maria Vergine figlia eletta della stirpe d'Israele” ci sostenga con la sua preghiera[9].
I Pastori della Chiesa Cattolica in Polonia
presenti alla 404.ma Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Polacca
Varsavia, 12 marzo 2026
Traduzione di Marina Olmo
[1] “Lettera a chi non crede”. Papa Francesco risponde al giornalista Eugenio Scalfari sul quotidiano «La Repubblica», 11.09.2013.
[2] Commissione della Santa Sede per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, ,14, 10.12.2015.
[3] EG 247; Rm 11,29; CCC 839; NA 4.
[4] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all'incontro di studio su «Radici dell'antigiudaismo in ambiente cristiano», Città del Vaticano, 31.10.1997.
[5] Commissione della Santa Sede per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo, Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell'ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica, II, 10, 24.06.1985.
[6] Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, cap. 16
[7] Giovanni Paolo II, Discorso di Giovanni Paolo II ai Delegati delle Conferenze Episcopali per i Rapporti con l'Ebraismo, Roma, 06.03.1982.
[8] Commissione della Santa Sede per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo, “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”,36, 10.12.2015.
[9] Messe della Beata Vergine Maria”, 1998, Messa I: Maria Vergine figlia eletta della stirpe d'Israele.